La miniera del sushi

Giappone, Agosto 2014.

Gironzolando per il Giappone, dopo aver lasciato, attraversando il Mare Interno di Seto su di un traghetto, Hiroshima e il suo carico di emozioni siamo arrivati a Matsuyama, sud-ovest dell’Isola di Shikoku.
Shikoku è una delle quattro grandi isole che compongono il Giappone. Non si può certo dire che sia rimasta ferma nel tempo, però è molto meno industrializzata dell’isola Honshū, la principale, quella di Tokyo, Osaka, etc. etc. O perlomeno delle parti di quest’ultima che ho visto io.
Da non perdere su Shikoku la selvaggia valle di Iya, nella quale ci saremmo poi persi nei giorni seguenti, e, sparpagliati per tutta l’isola, gli 88 Templi. Di questi ne abbiamo visti 4 o 5.

Approdati nel primo pomeriggio, abbiamo sfruttato le ore di luce rimanenti per visitare un po’ la costa verso Sud a bordo della macchinina rosa porcellino noleggiata a Osaka.
In realtà eravamo, più o meno, in cerca del Tempio della Fertilità famoso per le numerose sculture falliche…
Attraversando un paesino, direi fosse Iyokaminada, siamo rimasti però colpiti dal lavoro fervente dei pescatori appena rientrati in porto con i loro gialli pescherecci d’altura.

In questi paesi il pesce viene venduto all’asta direttamente dal pescatore ai vari compratori che poi provvederanno a farlo arrivare ancora vivo sulle tavole di tutto il Giappone, e non solo.
C’è chi scarica i pescherecci, chi mette le casse sui dei carrelli per portarle all’interno del mercato, chi lava i pesci e chi, con un coltellaccio, decapita i pesci più mordaci.
Il “battitore d’asta”, dopo una rapida ed incomprensibile trattativa, assegna al maggior offerente le casse di pesce che verranno poi caricate su camion “acquario” che partono come razzi in direzione di Tokyo.
Niente iPad o display LCD: il tutto viene fatto a voce e scritto a mano su block-notes bagnaticci.
Il lavoro duro è svolto da donne, giovani e anziani e il tutto pare avvenire nello stesso modo da secoli.

Non so quante altre volte sia capitato loro di trovarsi due rompiscatole stranieri tra i piedi e, per di più, uno con una macchina fotografica al collo.
Ad ogni modo la gentilezza e disponibilità tipica dei giapponesi non manca nemmeno lì: non solo nessuno sembrava infastidito, ma più di qualcuno mi ha invitato, a gesti data la mia totale ignoranza della lingua, a fotografare lui, le sue prede e il frutto del suo lavoro.

Come sempre: foto a fotogramma intero, riprese con Canon 50D + 18-200 mm Canon, lievemente elaborate con Lightroom.